Referendum trivelle, no (imbarazzato) del governo all’election day. Si vota il 17 aprile

Referendum trivelle, no (imbarazzato) del governo all’election day. Si vota il 17 aprile

L’election day non ci sarà. Il Consiglio dei ministri ha come era nelle attese fissato al 17 aprile la data per il referendum sulle trivellazioni, che aveva ricevuto il via libera dalla Corte costituzionale a gennaio. Dunque, nessun accorpamento con le amministrative, al contrario di quanto avevano chiesto Regioni, ambientalisti e militanti “No Triv”, una scelta che avrebbe fatto risparmiare oltre 300 milioni di euro. L’ultima parola spetta in realtà al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella; ma non sono attese sorprese.

 

Corsi e ricorsi della storia. Nel 2011, per cercare di “sabotare” (legalmente, si intende) i referendum su nucleare, acqua pubblica e legittimo impedimento, il governo di Silvio Berlusconi non esitò a ricorrere a un trucco per evitare il successo dei “sì”: invece di far coincidere il voto referendario con le elezioni amministrative del 15 e 29 maggio, sperando di impedire il raggiungimento del quorum del 50% più uno dei votanti, fece sì che il referendum si tenesse il 12 giugno. In quell’occasione l’allora capogruppo del Pd a Montecitorio Dario Franceschini (oggi ministro dei Beni Culturali) fu durissimo col governo, su cui sedeva come ministro di Grazia e Giustizia Angelino Alfano (oggi ministro degli Interni). “Il Consiglio dei ministri ha anticipato il no all’election day – disse Franceschini – significa buttare dalla finestra 300 milioni di euro, unicamente per impedire che il referendum raggiunga il quorum”. Nel 2011 l’operazione sabotaggio fallì. Adesso, invece, a quanto pare è il governo Renzi a cercare tutti i trucchi possibili – spreco di danaro pubblico compreso – per evitare il successo del referendum sulle trivellazioni petrolifere.

 

Dopo il via libera della Consulta, infatti, quest’anno gli italiani dovranno pronunciarsi su un quesito referendario presentato da dieci Regioni, quello che propone di abrogare la norma che stabilisce che le concessioni petrolifere o per l’estrazione di gas già rilasciate durino fino all’esaurimento dei giacimenti. Una vittoria dei “sì” rappresenterebbe una pesante mazzata per il settore dell’estrazione di idrocarburi off-shore. Ed è noto che il governo – che già ha dovuto accettare di malavoglia di fare retromarcia sulle nuove trivellazioni nelle aree marine vicine alle coste italiane – non gradirebbe certo questo esito, così come le industrie del settore. Sull’altro versante ci sono gli ambientalisti, che chiedevano (anche per spingere gli elettori alle urne e centrare il quorum, cosa non facile) un “election day”, accorpando il referendum con un turno delle elezioni amministrative.

 

Niente da fare, già aveva fatto capire rispondendo al question time qualche giorno fa il ministro dell’Interno Angelino Alfano: l’election day incontra «difficoltà tecniche non superabili in via amministrativa: ci vuole una legge apposita». Secondo Alfano, la legge che disciplina l’istituto referendario «non contiene espresse previsioni sulla possibilità o meno di abbinamento del referendum abrogativo con le consultazioni elettorali amministrative». E poi ci sono le “difficoltà tecniche”: “mi riferisco – ha detto – Alfano – in particolare, alla diversa composizione degli uffici elettorali, alla ripartizione degli oneri e all’ordine di successione delle operazioni di scrutinio”.

 

Il fronte “No Triv” ha accolto con rabbia la decisione del governo, e si appella al Capo dello Stato. «È una decisione antidemocratica e scellerata – dice Andrea Boraschi di Greenpeace – una truffa pagata coi soldi degli italiani. Renzi sta giocando sporco, svilendo la democrazia a spese di tutti noi. È chiarissima la sua volontà di scongiurare il quorum referendario, non importa se così si sprecano centinaia di milioni di soldi pubblici per privilegiare i petrolieri. L’allergia del premier alle prassi del buon governo, però, troverà questa volta risposte nuove, ovviamente democratiche e pacifiche».