“COME COSTRUIRE UN MONDO NUOVO”: THOMAS JEFFERSON NELLA TERRA DI PALLADIO

 

"COME COSTRUIRE UN MONDO NUOVO": THOMAS JEFFERSON NELLA TERRA DI PALLADIO

VICENZA\ aise\ – Sarà il Palladio Museum di Vicenza ad accogliere dal 19 settembre 2015 al 28 marzo 2016 la mostra “Thomas Jefferson e Palladio. Come costruire un mondo nuovo“, che accoglierà i visitatori con uno specchio, dove si riflettono il busto di Palladio e quello di Thomas Jefferson.
È la prima domanda della mostra: come si riflettono forme e idee? Perché un architetto di una regione periferica del Nord Italia viene preso a modello per costruire l’architettura del Nuovo Mondo? La risposta è collegata all’interrogativo di fondo: cosa ci fa in un museo d’architetturaThomas Jefferson (1743-1826), colui che scrisse materialmente la Dichiarazione d’Indipendenza e fu il terzo presidente degli USA? C’è perché fu l’americano che più di ogni altro contribuì a dare un volto alla nuova nazione attraverso l’arte, l’architettura e il disegno del territorio. Fu un visionario ma anche un pragmatico, un uomo d’azione e insieme un intellettuale che conosceva il latino e il greco e che era convinto che il Nuovo Mondo si potesse costruire solo attraverso la razionalità e la bellezza.
Avete presente quelle vedute aeree delle campagne o delle città degli Stati Uniti tutte suddivise in quadrati regolari? È stato Jefferson a fare in modo che fosse così, impostando una griglia riferita ai meridiani e paralleli, ispirandosi agli antichi Romani. Ricordate la Casa Bianca, con il portico su colonne come una villa palladiana? Jefferson avrebbe voluto addirittura una copia ingrandita della Rotonda di Vicenza e comunque la casa del presidente dei nuovi Stati Uniti, nati da una guerra sanguinosa contro una monarchia, doveva ispirarsi all’architettura repubblicana, com’era la Repubblica di Venezia.
La mostra “Thomas Jefferson e Palladio. Come costruire un mondo nuovo” è la prima mai dedicata in Europa al grande palladianista americano. Condurrà i visitatori nel mondo di Jefferson, delle sue collezioni d’arte, dei suoi progetti di architettura, dei suoi sogni ma anche delle sue contraddizioni: attraverso disegni, sculture, libri preziosi, modelli di architetture, video e multimedia. In mostra saranno esposte anche 36 fotografie di Filippo Romano, frutto di una campagna fotografica appositamente realizzata in Virginia nella primavera del 2014. Saranno inoltre presenti i tre preziosi bozzetti originali di Antonio Canova per la statua di George Washington commissionata dallo stesso Thomas Jefferson.
Per rendere più coinvolgente la visita della mostra, sarà possibile scaricare gratuitamente sul proprio smartphone il racconto dei curatori e muoversi nelle sale accompagnati dalle loro parole.
Prima ancora che una mostra di architettura, “Thomas Jefferson e Palladio. Come costruire un mondo nuovo” è la mostra su un uomo, convinto che l’architettura potesse migliorare il mondo intorno a sé. Cominciò a studiarla dai libri, poi la visitò durante un lungo soggiorno in Europa, come ambasciatore degli Stati Uniti a Parigi. Costruì due ville per se stesso e molte altre per i propri amici. Con il progetto per il Campidoglio della città di Richmond stabilì le forme degli edifici del potere civile americano. Negli ultimi anni di vita, con la sede dell’Università della Virginia creò il prototipo del “campus” universitario: un’architettura aperta, con le aule in padiglioni isolati che si affacciano, insieme alle residenze degli studenti, su un prato verde, coronato dalla monumentale biblioteca in forma di Pantheon. Un’idea di comunità e insieme la visione che sia la cultura il terreno su cui costruire i nuovi Stati Uniti d’America.
Per Jefferson, Palladio era “the Bible”. Egli chiamò la propria villa Monticello perché nei “Quattro Libri” aveva letto (in italiano) che la Rotonda sorgeva su “un monticello”. Palladio per Jefferson era colui che aveva saputo tradurre la grande architettura romana antica per gli usi del mondo moderno. E soprattutto Palladio aveva creato “la villa”, la residenza dei gentiluomini (veneti, inglesi o americani) che curavano i propri interessi in campagna, crescendo sani nella natura e coltivando il proprio spirito con la lettura dei classici.
Ma uno specchio può anche deformare. A differenza dei committenti di Palladio e dei suoi epigoni britannici, i proprietari americani per coltivare le loro terre si servivano degli schiavi. Lo stesso Jefferson ne possedeva un centinaio. Erano privilegi solo per bianchi i tre diritti che Jefferson aveva riconosciuto fondamentali della Dichiarazione d’Indipendenza: vita, libertà e “ricerca della felicità”.
La mostra è dedicata alla memoria di Mario Valmarana, indimenticato professore alla University of Virginia, che dedicò una vita a creare ponti fra il Veneto di Palladio e la Virginia di Jefferson. È realizzata grazie al sostegno di Regione del Veneto e di Fondazione Cariverona ed è frutto della collaborazione del Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio con Fondazione Canova di Possagno e Stiftung Bibliothek Werner Oechslin di Einsiedeln. La mostra è inoltre parte di un progetto comune costruito con il Canadian Centre for Architecture di Montreal, che nell’ottobre 2014 ha ospitato il progetto fotografico “Found in translation: Palladio-Jefferson. A narrative by Filippo Romano”.
La mostra è a cura di Guido Beltramini e Fulvio Lenzo, sostenuti da un consiglio scientifico presieduto da Howard Burns della Scuola Normale Superiore di Pisa e di cui fanno parte James Ackerman della Harvard University, Bruce Boucher e Craig Reynolds della University of Virginia, Travis C. McDonald della Corporation for Jefferson’s Poplar Forest e Damiana Paternò e Mario Piana dello IUAV di Venezia. Il catalogo, in italiano e inglese, è edito da Officina Libraria.
L’allestimento della mostra è progettato da Alessandro Scandurra. (aise) 

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