MARCINELLE/ ZAIA: SIMBOLO DI UN’EMIGRAZIONE DI SFRUTTAMENTO CHE NON DEVE ESISTERE

VENEZIA\ aise\ – “Oggi è il giorno della memoria e del doveroso tributo ai tanti nostri connazionali che hanno perso la loro vita nei luoghi di lavoro in ogni parte
del mondo. Oggi abbiamo il dovere morale e istituzionale di ricordare la moltitudine di donne e di uomini che dovettero lasciare il nostro Paese per trovare altrove i
mezzi di sostentamento per sé stessi e per le loro famiglie, per cercare di dare un futuro dignitoso ai propri figli: molti non tornarono più nella terra che furono
costretti ad abbandonare. Ma oggi, 8 agosto, il giorno della tremenda tragedia di Marcinelle di 59 anni fa, è soprattutto la giornata del legittimo orgoglio di un
popolo che onora chi con la sua fatica, la sua attività e il suo sacrificio ha contribuito allo sviluppo e al benessere di città e nazioni che lo avevano accolto,
dando un esempio, tutt’altro che superato, di coraggio, di rispetto e di generosità”. Con queste riflessioni il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, ha
partecipato alla giornata del sacrificio del lavoro italiano nel mondo, istituita nel giorno della tragedia del Bois du Cazier, la miniera belga nella quale perirono
262 uomini: 136 erano italiani, tra cui cinque veneti.
“Dino Dalla Vecchia di Sedico, Giuseppe Polese di Cimadolmo, Mario Piccin di Codognè, Guerrino Casanova di Montebelluna e Giuseppe Corso di Montorio Veronese – ha ricordato Zaia – morirono nelle viscere della terra, in quella che fu una strage che lasciò centinaia di vedove e di orfani. Loro sono il simbolo di un’emigrazione che parla di sfruttamento, di condizioni di vita e di lavoro talvolta disumane, di una piaga che va ancora e costantemente combattuta, laddove si manifesta, anche nel nostro Paese. Così come va affrontato tale fenomeno ‘al contrario’, cioè quello dei flussi disordinati di persone che non scappano dalla guerra, dalla povertà o dalla fame, ma rincorrono il guadagno facile mischiandosi subdolamente a chi ha realmente bisogno di aiuto, alimentando spesso un circuito di illegalità e criminalità.
Paragonare questa immigrazione a quella di cui furono protagonisti i veneti negli anni e nei secoli scorsi sarebbe mancar loro di rispetto”. (aise) 

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