FRANCESCO CAFISO BAMBINO PRODIGIO DEL SAX: PARTO DALLA SICILIA PER ARRIVARE IN USA – DI MICHELE CHISENA

ROMA\ aise\ – “Charlie Parker diceva che la musica è tutto. “È l’esperienza, i pensieri e la saggezza. Se non la vivi, non verrà fuori dal tuo strumento”. Della massima del più grande sassofonista contralto che la storia del jazz abbia mai conosciuto, Francesco Cafiso è vicino e lontano. Da un lato riconosce che: “La musica è uno strumento per potersi raccontare e poter esprimere la tua assenza attraverso le note”. Dall’altro però afferma: “Questo non spiega però perché alcuni ragazzini siano già dei geni”. E su questo preciso tema lui ha tanto da raccontare”. Così scrive oggi Michele Chisena dalle pagine de La Repubblica tracciando il profilo del giovane musicista di origini italiane.
“Tra i talenti più precoci di sempre, il musicista siciliano ha bruciato tutte le tappe. A 9 anni suona, tra gli altri, con Bob Mintzer. A 13 anni Wynton Marsalis lo scopre e lo vuole con sé nel suo tour europeo. Nel 2009 è nominato da Umbria Jazz “Ambasciatore della musica jazz italiana nel mondo”. La celebrità del ragazzino è alle stelle, tra miriadi di premi e riconoscimenti di prestigio. Oggi, a 26 anni, e 18 dischi registrati, è pronto per una nuova sfida: il 12 agosto nell’Anfiteatro “Falcone e Borsellino” di Zafferana Etnea, Catania, presenterà in anteprima assoluta, “Sicily, My Land”, un progetto pensato per una vera e propria big band composta da 60 orchestrali.
D. Com’è nata l’idea di “Sicily, My Land”?
R. Da un’esigenza artistica: sperimentare “La banda”, uno dei tre dischi che compongono3, il mio ultimo triplo cd, costituito interamente da composizioni originali, in un ambito orchestrale più esteso.
D. È chiaramente un tributo alla sua terra, la Sicilia.
R. Avevo voglia di descriverne i colori, i suoni, i sapori e tutto quello che mi circonda. E allo stesso tempo volevo collegarlo al jazz, al suo linguaggio e a tutti quei musicisti di origine siciliana che emigrati negli Stati Uniti hanno dato molto a questa musica. Parto dalla Sicilia per arrivare a New Orleans a ritmo di marching band e blues.
D. Lei vive ancora a Vittoria, nel ragusano. Sembra un paradosso nell’epoca dei cervelli in fuga all’estero.
R. Qui ho tutte le cose importanti per la mia vita. Mi circondano, mi danno la carica per ripartire. Nel mio piccolo, cerco di dare un contributo e mi spendo per la comunità. Organizzo il Vittoria Jazz Festival con tanti concerti e attività collaterali. C’è una scuola al suo interno per fare in modo che i giovani si avvicinino al jazz. Abbiamo istituito un premio, diventato col tempo prestigioso. Il mondo e i viaggi mi servono per attingere l’esperienza che poi riporto nella mia Sicilia per fare in modo di costruire qualcosa.
D. Qual è l’incontro che ha cambiato la sua vita?
R. Quello con Wynton Marsalis. Ero un ragazzino. Ebbi l’opportunità di suonare al Pescara Jazz Festival, nel luglio del 2002. Avevo aperto il set di Wynton con la sua orchestra. Io suonavo in duo con Franco D’Andrea. Marsalis mi ascoltò e decise, l’estate seguente, di portarmi in giro nel suo tour europeo. Quella per me fu un’esperienza incredibile dal punto di vista musicale e umano. E ci fu un exploit mediatico notevole.
D. Marsalis la portò con sé per i festeggiamenti in onore del presidente Barack Obama e del Martin Luther King Jr. Day, nel gennaio 2009.
R. Wynton era l’ospite principale e decise di circondarsi dei migliori musicisti. Quando mi chiamò ne fui estremamente felice.
D. E della collaborazione con Jovanotti?
R. Fantastica. Ottobre 2012, ero a Philadelphia per lavoro. Lui era in città. Un amico mi disse del suo concerto. Ci andai. Lui appena mi vide mi propose di suonare insieme alla band. Fu tutto molto improvvisato, ma alla fine queste sono le cose migliori. Fu una serata bellissima e mi sono divertito tanto. Ho suonato la mia musica dentro la musica di Jovanotti. Questo a conferma che nell’arte non ci sono barriere.
D. Ha pubblicato tre dischi tutti insieme in un unico box. In un momento di crisi discografica è a dir poco temerario.
R. Trenta brani originali, oltre cento musicisti coinvolti, trentatrè orchestrali della London Symphony Orchestra: un lavoro imponente. Dal punto di vista artistico è stato folle. Da parte mia lavorare a tre dischi contemporaneamente, Contemplation, La banda e 20 cents per note, è stato difficilissimo. Da quello commerciale ancora di più. Ho avuto la fortuna di incontrare un produttore, Alfredo Lo Faro, che si è innamorato della mia musica. L’idea dei tre cd è partita proprio da lui. Tutti e tre i lavori sono tessere di un puzzle che compongono la mia personalità artistica.
D. Charlie Parker affermava che bisognava vivere la propria musica per trasmetterla al pubblico.
R. La musica è uno strumento per potersi raccontare e poter esprimere la tua assenza attraverso le note. Anche se io credo che molte cose siano innate. Altrimenti non ci spiegheremmo perché alcuni ragazzini, pur non avendo insegnamenti e esperienza, siano già dei talenti. (aise) 

Advertisements