ITALIANO ALL’ESTERO: GLI ENTI CERTIFICATORI IN SENATO

ITALIANO ALL’ESTERO: GLI ENTI CERTIFICATORI IN SENATO

 

ROMA\ aise\ – È proseguita ieri pomeriggio in Senato l’indagine conoscitiva sullo stato didiffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo, avviata dalla Commissione Culturae dal Comitato per le Questioni degli Italiani all’estero.
Ad essere ascoltati ieri sono stati Monica Barni, Alessandro Masi, Elisabetta Bonvino, Giuliana Grego Bolli e Mario Panizza, in rappresentanza del CLIQ (Certificazione Lingua Italiana di Qualità), rete degli enti certificatori della lingua italiana.
Barni, rettore dell’Università per stranieri di Siena e presidente del CLIQ, ha illustrato la funzione istituzionale degli enti certificatori dell’italiano come lingua seconda, sottolineando che “a tale attività risultano oggi preposti l’Università per stranieri di Siena, quella di Perugia, nonché la Società Dante Alighieri, oltre all’Università di Roma Tre”. Sul piano delle criticità, Barni ha evidenziato “la mancanza, negli anni, di una strategia politica imperniata su precise linee guida per la promozione della lingua e della cultura italiana. Un altro aspetto di debolezza – ha aggiunto – è rappresentato dall’assenza di una adeguata formazione del corpo docenti, sottovalutando il fatto che l’insegnamento dell’italiano come seconda lingua implica capacità didattiche diverse da quelle connesse all’insegnamento dell’italiano come lingua madre”.
Posto che “la lingua italiana gode di una maggiore considerazione al di fuori del nostro Paese”, secondo Barni “è più importante valutare le motivazioni che spingono allo studio dell’italiano piuttosto che soffermarsi sulle graduatorie relative alla diffusione della lingua. La lingua e la cultura fanno da apripista all’economia: per questo – ha sottolineato – credo sia fondamentale che Maeci, Miur e Mise svolgano una azione sinergica per la diffusione della lingua e della cultura italiana all’estero. La comprensione delle motivazioni che spingono gli stranieri a studiare l’italiano – ha spiegato il rettore Barni – va accompagnata alla promozione dello studio della lingua e al mantenimento degli studenti per tutti i livelli di apprendimento. Per l’italiano si registra un forte tasso di abbandono di studenti dopo i primi livelli di studio che si spiega esclusivamente con una offerta formativa non efficiente”.
Barni ha quindi evidenziato “la differenza tra la conoscenza della lingua e il suo insegnamento: in molte occasioni si ricorre a insegnanti madrelingua che non hanno una specifica formazione per la lingua seconda” questo perché “i numerosi corsi di formazione per l’insegnamento dell’italiano come seconda lingua non prevedono il riconoscimento ufficiale della figura professionale”. È per questo che lo scorso anno “è partito un progetto pilota grazie ai finanziamenti del MAECI, per l’invio di neo laureati all’estero presso gli enti gestori che come requisito essenziale devono avere la buona conoscenza della lingua del paese dove vanno ad insegnare”.
Segretario generale della Società Dante Alighieri e vice presidente del CLIQ, Alessandro Masi si è soffermato “sull’importanza della certificazione delle competenze dell’italiano come lingua seconda”, rimarcando il ruolo di istituzioni come le Università per stranieri di Siena e di Perugia oltre alla Dante Alighieri e a Roma Tre preposte a garantire il livello qualitativo dell’insegnamento del nostro idioma.
Per Masi la problematica principale sta nella “carenza nell’offerta, ossia il grado di spendibilità dei titoli acquisiti” che dovrebbero essere “più appetibili, in considerazione del fatto che, per esempio, l’italiano è la lingua per eccellenza dell’arte e della cultura”.
Docente all’Università degli studi Roma Tre, Elisabetta Bonvino – citando il gruppo di lavoro insediato alla Farnesina per la preparazione degli Stati generali sulla lingua italiana tenutisi a Firenze – ha rilanciato la necessità di “creare una rete degli operatori coinvolti nella promozione della lingua italiana, creando anche sinergie con gli enti coinvolti nell’insegnamento di altre lingue. Ci sono alcuni progetti che hanno riscosso un buon successo negli Stati Uniti per l’insegnamento della lingua italiana presso la popolazione di origine ispanica”, ha citato a mo’ di esempio prima ricordare come il Ministero degli esteri “si stia impegnando in tale direzione, per esempio attraverso la costituzione di un apposito portale telematico”.
Giuliana Grego Bolli, direttore del Centro per la valutazione e la certificazione linguistica di ateneo dell’Università per stranieri di Perugia, ha condiviso la critica svolta dai colleghi circa “la mancanza di una strategia politica per la diffusione della lingua italiana nel mondo” così come l’osservazione sulla “necessità di disporre di un corpo docenti adeguatamente attrezzato ad incentivare gli studenti ad apprendere la lingua italiana anche oltre il livello di base”.
“Professionalità adeguate di insegnanti della lingua italiana cominciano ad emergere, nonostante la difficoltà di individuarli e valorizzarne l’attitudine professionale”, ha quindi rilevato Grego Bolli, rimarcando infine “l’esigenza di attivare una vera sinergia tra le diverse competenze del settore”.
Ultimo ad intervenire, Mario Panizza, rettore dell’Università degli studi Roma Tre, è partito dalla considerazione che “conoscere una disciplina è cosa ben diversa dall’essere in grado di insegnarla. Per quanto riguarda, in particolare, l’insegnamento di una lingua, è necessario puntare sia sulla professionalità dell’insegnante sia sui contenuti dell’insegnamento, nella consapevolezza anche delle diverse motivazioni che spingono gli studenti ad avvicinarsi ad una determinata disciplina”. Anche per questo, la sua Università ha attivato un corso di laurea triennale in scienze e culture enogastronomiche, in collegamento con La Sorbona di Parigi, che ha avuto “successo” perché “rappresenta un’accoppiata vincente di professionalità e contenuti didattici”. Concludendo, Panizza ha sottolineato l’importanza dell’insegnamento on line, come nel caso delle cattedre telematiche.
Nel dibattito, i senatori hanno chiesto diversi chiarimenti: Micheloni (Pd) se “nell’ambito dell’iniziativa volta a modificare la legge sulla cittadinanza, gli enti certificatori possono essere coinvolti nella predisposizione di test linguistici propedeutici all’acquisizione della cittadinanza italiana”; Mussini (Misto) sulla “modulabilità dell’insegnamento telematico” e sull’esistenza di “prove comuni e livelli comuni di somministrazione” degli enti certificatori che, forse, andrebbero “unificati”. La senatrice ha anche chiesto perché è difficile reclutare docenti specializzati e “se sia possibile acquisire dati numerici sulle certificazioni della lingua italiana fornite in vari paesi, oltre alla tipologia delle prove utilizzate”.
Di Giorgi (Pd), oltre a lamentare poche risorse, si è soffermata sulla “Buona Scuola” all’esame del Parlamento, dando conto del criterio di delega riguardante “la revisione, il riordino e l’adeguamento della normativa in materia di istituzioni e iniziative scolastiche italiane all’estero” e prospettando, sul punto, “la possibilità, in fase emendativa, di rendere più cogente il criterio di delega rafforzando il carattere strategico dell’intervento normativo”.
Turano (Pd), nel soffermarsi sui “diversi livelli di conoscenza della lingua italiana nella composita realtà del Nord America”, ha evidenziato come “la finalità principale debba consistere in un insegnamento di qualità e continuativo, calibrandosi sulle diverse esigenze di chi si avvicina all’apprendimento della lingua italiana”.
Nella replica, Barni ha sostenuto che “i corsi on line siano strettamente connessi al filone delle diverse motivazioni che spingono gli utenti ad avvicinarsi all’apprendimento della lingua italiana: occorre quindi diversificare l’offerta didattica a seconda della tipologia degli alunni”.
Quanto alla pluralità degli enti di certificazione, secondo Barni “ciò rappresenta una ricchezza dovuta al fatto che la certificazione è connessa all’attività di ricerca che, fisiologicamente, deve essere plurale: ovviamente, saranno i meccanismi di mercato a selezionare gli enti più prestigiosi, come avviene per la lingua inglese e per quasi tutte le altre lingue”. Per colmare l’assenza di una linea politica, “un primo passo” potrebbe consistere nel “monitoraggio dei soggetti operanti nel settore, considerato che, per esempio, alcuni IIC non organizzano corsi di lingua. Occorrerebbe poi una strategia nell’utilizzo delle risorse disponibili, attraverso il coinvolgimento dei diversi Ministeri interessati”. Un altro aspetto su cui insistere “è rappresentato dalla necessità di offrire un’accoglienza culturalmente adeguata agli studenti stranieri nelle università italiane, che, ovviamente, necessitano di conoscere la nostra lingua”. Sul fronte della formazione dei docenti, “devono essere risolti i problemi dovuti alla scarsa informazione e alle forti resistenze nell’immissione di giovani insegnanti adeguatamente attrezzati”. Quanto alla domanda di Micheloni si è detta “perplessa circa l’utilizzo dei test di lingua per l’acquisizione della cittadinanza, in quanto la conoscenza di una lingua rappresenta il frutto di un lungo processo culturale”.
Anche per Grego Bolli “unificare gli enti di certificazione rappresenterebbe una battaglia di retroguardia, in quanto l’attività di certificazione è aperta alla competizione sul mercato, senza considerare che molte istituzioni estere si stanno attrezzando già oggi per certificare anche lingue diverse da quella madre”.
Concludendo la seduta, Micheloni ha sottolineato come “l’assenza di una strategia politica abbia comportato nel corso dei decenni la proliferazione di tanti microcosmi culturali su cui sarà doloroso, ma anche necessario, intervenire. Il problema comune a questo settore non è soltanto rappresentato dall’assenza di risorse, ma soprattutto dal cattivo utilizzo degli stanziamenti finanziari presenti”. (aise)