Falsificazione alimentare: il formaggio “Asiago” del Kentucky

Il Prosecco copia-incolla
«La Crimea lo fa in casa»

Allarme di Coldiretti. I Consorzi: caso segnalato a Regione e Governo

VENEZIA C’è Prosecco e Prosecco, si sa. Quello di Conegliano e Valdobbiadene ha la Docg, la denominazione d’origine controllata e garantita. Quello fatto in Veneto e Friuli ha invece marchio Doc. La storia dovrebbe finire qui, nel senso del tertium non datur. Invece il terzo c’è, anche se per scoprirlo bisogna sciropparsi le dieci ore e spicci di volo da Venezia a Sinferopoli (sarebbero tre e mezzo ma il diretto non c’è). E’ il Prosecco della Crimea, che un recente rapporto di Coldiretti segnala in grande crescita nei mercati dell’Est, complice l’embargo internazionale alla Russia di zar Putin. Il vino italiano più esportato nel mondo la Crimea se lo sta facendo in casa, e lo confeziona «con la scritta in etichetta Salute e Stile Italiano, sigillato con fascetta simil nazionale sbiadita proprio sulla garanzia».

Innocente Nardi, presidente del Consorzio di Tutela del Prosecco Superiore, conosce il problema. «Sappiamo del fenomeno – dice -. Ci è stato segnalato sia via internet che da agenti di aziende associate». Sistema Prosecco, l’agenzia voluta dai consorzi per vigilare su marchi e denominazioni a tutela del prezioso spumante, è già stata incaricata di approfondire la questione Crimea. «Non possiamo ancora pesare la loro produzione e il volume d’affari. In ogni caso – chiude Nardi – Sistema ha già segnalato il caso all’ufficio repressione frodi, alla Regione e al ministero per le Politiche agricole. Loro lo porteranno nei palazzi dell’Unione, che agirà con gli uffici russi». Il Prosecco russo, all’osso della questione, è una fregatura. Tecnicamente, però, non si tratta di frode. «La denominazione è tutelata all’interno della Ue», spiega Gianluca Fregolent, responsabile dell’ufficio repressione frodi di Conegliano. In assenza di accordi bilaterali, quella produzione, pur non avendo legami con il sistema produttivo veneto e friulano, non è perseguibile. Fregolent, però, va oltre: «Le barbatelle (piccole viti da cui il Prosecco, ndr) ora si chiamano glera ma fino a tre anni fa venivano vendute con la dicitura Prosecco. Se un produttore della Crimea le ha acquistate prima del 2012, in azienda potrebbe avere dei documenti che» in qualche modo legano il suo vino al nostrano. In sintesi, a meno di miracolose intese siglate da Matteo Renzi e Vladimir Putin nei giorni scorsi, il caso dello spumante di Sinferopoli rischia di essere ben più spinoso del Kressecco di Berlino, il Prosecco tarocco prodotto in Germania.

Lì la frode è palese e, consumata sul suolo comunitario, trova strumenti di contrasto più affilati e rodati. Dai Paesi della tramonta cortina di ferro viene un altro curioso esempio di imitazione che tocca il Veneto. Sugli scaffali della grande distribuzione in Ucraina, Polonia e Romania i segugi antifrode di Coldiretti hanno scoperto simpatiche bottiglie di Fragolino San Martino: il vino d’uva fragola, in Italia fuori commercio da tempo, lì pare vada a gonfie gole. Il punto è che il made in Veneto piace. Lo sanno i cinesi, che a casa loro vendono il salame veneto insaccato a Pechino. Lo sanno gli americani, che, sempre in assenza di accordi bilaterali (le trattative sono in corso, così come per la Cina), commerciano in piena legittimità il «loro» Asiago. «Negli Stati Uniti non c’è riconoscimento delle indicazioni geografiche – spiega Flavio Innocenzi, direttore del Consorzio tetela Asiago – Lavorano tramite registrazione dei marchi, quindi chiunque può produrre…». Ma com’è l’Asiago del Kentucky? «Un prodotto diverso, con caratteristiche diverse dal nostro. A noi, chiaramente, questo non va bene. Stiamo lavorando con le autorità americane, puntando sulla tutela del consumatore, cui tengono molto. Proponiamo anche di creare marchi d’origine di prodotti Usa, cui potremmo essere interessati…». Il tempo dirà. Tornando oriente, intanto, i vicini croati si fanno in casa e si vendono la «palenta». Chissà se con osei o senza