Renzi: “Faremo di tutto contro la disoccupazione”. Marchionne: “Appoggio la sua agenda di riforme”

Il premier visita lo stabilimento Fca di Detroit: «Oggi Fiat è la mia idea del Made in Italy»

Fiat Chrysler è il «Made in Italy che ci piace, quello che appoggiamo e vogliamo difendere». Il premier Matteo Renzi visita il quartier generale di Chrysler ad Auburn Hills. Una visita guidata, con l’amministratore delegato di Fiat e Chrysler, Sergio Marchionne, che fa gli onori di casa. «Cosa mi accomuna con Marchionne? Spero il finale», afferma Renzi, riferendosi al successo di Fiat e Chrysler, due aziende «bollite» che ora si apprestano a sbarcare a Wall Street, il 13 ottobre come conferma Marchionne. «Continuiamo ad appoggiare l’agenda di riforme del presidente – precisa l’ad -. È essenziale che ci sia un indirizzo chiaro e penso che ce lo stia dando».

 

 

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Renzi nella sede di Chrylser visita il Centro Stile e il cosiddetto pilota, ovvero la linea di montaggio dei nuovi modelli che ci sono nel complesso di Auburn Hills dove avviene la sperimentazione in vista della produzione dei veicoli in uno degli impianti del gruppo. «Come ce l’hanno fatta i 15.000 dipendenti di Chrysler in questo edificio, l’obiettivo è poter dire che così ce la faremo anche in Italia», mette in evidenza Renzi, definendo la quotazione di Fiat e Chrysler Automobiles «una grade opportunità». La «scommessa» di Marchionne con «Fiat e Chrysler mi piace, è straordinaria, eccitante ed esaltante. Come italiano sono orgoglioso che ci sia Fca, porterà expertise statunitense.» «Per me non è importante dove si trova il quartiere generale finanziario e delle attività», aggiunge il Presidente del Consiglio. «Per me la cosa importante è mantenere il Made in Italy. Non è importante se a Wall Street o a Amsterdam. Quello che è assolutamente importante è l’aumento dei posti di lavoro in Italia».

 

«La mia priorità è ridurre la disoccupazione. Faremo di tutta per ridurla», aggiunge Renzi, usando nella versione italiana il “whatever it takes” del presidente della Bce, Mario Draghi, per salvare l’euro, aprendo la porta all’uso del “bazooka” monetario. «Sto facendo una citazione – spiega Renzi- che spero porti la stessa fortuna». Poi il riferimento all’articolo 18. Renzi affonda il coltello sul tema più scottante – il reintegro previsto per il lavoratore licenziato invece dell’indennizzo – e dice chiaramente come la pensa: «Il reintegro non è il meglio se crea lavoratori di serie B». Sull’articolo 18 il premier ha dubbi: «è una scelta che garantisce i diritti? Perché qualcuno ha diritti di serie A se sta in un’azienda di 15 dipendenti e di serie B se i dipendenti sono 14?». La risposta probabilmente arriverà lunedì prossimo, da Roma, quando si riunirà la direzione del Partito democratico. Quanto alle tensioni interne, Renzi assicura: «non vedo questo rischio» di spaccature.

 

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LA STOCCATA AI POTERI FORTI

Da questa sponda dell’Oceano intanto il dibattito sul lavoro ferve. In giornata non sono mancati rilievi da esponenti come Pippo Civati e Pier Luigi Bersani. mentre sul “fronte esterno”, i sindacati restano sul piede di guerra. Il percorso di mobilitazione unitario rimane una possibilità, ma la Cgil non sembra intenzionata ad aspettare e il 25 ottobre scenderà con tutta probabilità in piazza da sola.Renzi si proclama non interessato a una «discussione tra correnti», ma a risolvere il dramma lavoro e sul punto sembra citare anche il presidente della Bce, Mario Draghi, e la sua famosa frase per salvare l’euro: disposti a qualsiasi cosa sia necessaria. Non solo, il premier avverte: «non ho paura dei poteri forti», semmai «temo i pensieri deboli». D’altra parte sul piatto Renzi mette anche la sostanza: «abbiamo scelto di far combaciare il periodo della discussione su sul Jobs act con la Legge di Stabilità, perché è necessario mettere dei denari su alcuni istituti in particolar modo sugli ammortizzatori sociali». L’obiettivo è estendere le salvaguardie anche a chi oggi ne è sprovvisto, a partire dai precari.

 

LA TRATTATIVA NEL PD

La delega lavoro quindi si candida a ridisegnare tutto il sistema in modo compiuto e, sottolinea Renzi, senza «alcun pasticcio». Fin qui i contenuti, quanto ai tempi a mettere punti fermi ci pensa il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, che spiega come l’esame in Aula, al Senato, del Jobs Act slitterà di qualche giorno ma «non ci sono problemi di calendario». A palazzo Madama quindi l’iter riprenderà la settimana prossima e per ora valgono gli avvertimenti di Bersani: «continuo a pensare che una sintesi sia possibile», in caso contrario si «andrebbe incontro a un percorso complicato». Civati per intavolare una discussione invece vorrebbe «un documento scritto con i dettagli». Il presidente del Senato, Piero Grasso, cerca di buttare acqua sul fuoco: «Certamente l’aula troverà l’equilibrio per potere uscire da questi dilemmi». Per l’altro ramo del Parlamento parla invece la presidente della Camera, Laura Bolrini, per cui l’art.18 «è questione non cruciale per il cambiamento».

 

I SINDACATI

Intanto i sindacati sono alle prese con la costruzione di un’iniziativa comune sul lavoro, «auspicabile» per la leader della Cgil, Susanna Camusso, e a cui il numero uno della Uil, Luigi Angeletti, si dice «favorevole». Manca però ancora una sintesi, forte si farà lunedì con un contro tra le tre sigle, ma la Cgil comunque va avanti sulla sua strada e domani formalizzerà la manifestazione nazionale per il 25 ottobre a piazza San Giovanni. Sempre da Roma, con lo sguardo rivolto verso il lavoro e gli Stati Uniti, parlano i vescovi, la Cei: «La Chiesa pensa che bisogna guardare con più realismo alle persone» senza impiego e «il dibattito sull’art.18 è meno centrale». E ancora, «non è questione se il Renzi piaccia a noi o no. Bisognerebbe chiedere alla gente». Il premier risponde con «rispetto ogni tipo di considerazione».