Cernobbio, Sergio Marchionne “consigliere” di Matteo Renzi: scegli tre cose e falle

Non fosse stato per il blitz – rapido ma non indolore – del ministro per le riforme Maria Elena Boschi, arrivata in mattinata a Cernobbio accerchiata come una diva di Hollywood e corresponsabile del nuovo record mondiale di fotografie scattate in un appuntamento economico-finanziario, la vera star del Forum Ambrosetti sarebbe lui: Sergio Marchionne.

“Il consiglio che posso dare è questo: dalla vostra to-do –list, che sappiamo essere lunghissima, scegliete tre cose, realizzatele, e poi passate alle tre successive”. Alla sua prima partecipazione al Workshop, l’ad Fiat si rivolge al presidente del Consiglio più con i toni del consigliere esperto che del manager arrabbiato: “Ci troviamo con un governo giovane e con un gruppo di persone determinate a scardinare il sistema”, dice in conclusione di un discorso tra i più apprezzati della tra giorni di Villa d’Este.

Una disamina durissima quella del numero uno del Lingotto, che punta il dito con le rigidità presenti nel mercato del lavoro – cose da “economia socialista” dice sfiorando, senza citarla direttamente, la questione dell’articolo 18 – e con l’eccessiva burocrazia del sistema Italia che paralizza l’attività delle imprese. Secondo un report della Banca Mondiale, spiega ironizzando il manager, “è più facile fare impresa in Botswana, Ruanda, Armenia e pure nelle isole Tonga”.

Una vera e propria ovazione separa la conclusione del discorso di Marchionne dall’intervento più asciutto del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che questa mattina sulle pagine della Stampa aveva aperto all’idea di una supervisione europea sulle riforme, sulla scorta di quanto auspicato da Mario Draghi giovedì scorso. “Noi faremo la nostra parte in Europa e l’Europa farà la sua”, puntualizza a margine con i cronisti in una delle poche dichiarazioni rilasciate in tutta la mattinata al di fuori del proprio intervento. In sala il ministro non torna sull’argomento ma ribadisce come l’andamento dei prezzi “richiede che l’Europa faccia uno sforzo congiunto”. Assicura che il tetto del 3% nel rapporto tra deficit e Pil non può essere superato perché il rating dell’Italia ”non va dato per scontato e va difeso giorno per giorno” e “ci sono limiti che qualcuno considera simbolici, ma sono comunque limiti segnaletici”.

Parole affidate a una platea che in mattinata aveva comunque ribadito una certa fiducia nel governo Renzi, come testimoniato dall’ultimo sondaggio condotto in sala, con il 40,4 degli intervistati che ha giudicato positivo l’operato del governo Renzi, il 30,8% appena sufficiente, il 10,3% negativo. Uno su tre ha giudicato “bassa” la fiducia sulle prospettive di ripresa dell’Italia, un altro 21% si è fermato alla sufficienza. Molto più chiaro invece l’orientamento sulle priorità del governo. Per il 56,5% degli intervistati la priorità è stata giudicata la riduzione del carico fiscale. A seguire, a distanza, la riduzione della spesa pubblica (21,4%), e un piano di infrastrutture di base (7,1%).

Lontana, nel sondaggio, la riforma del mercato del lavoro. Che ad ascoltare la voce degli imprenditori presenti sul lago di Como pare invece cruciale per le sorti del Paese. E non solo perché, da Bruxelles, la flessibilità nei conti auspicata in Italia è condizionata all’attuazione di riforme strutturali. Attuazione e implementazione, non semplice annuncio. L’articolo 5.1 del patto di stabilità e crescita così come modificato dal Six Pack, snodo giuridico della trattativa sulla flessibilità di bilancio avviata in luglio dal governo, parla molto chiaro. Solo riforme con un chiaro impatto a sostegno della crescita possono essere utilizzate come leva per ottenere da Bruxelles più tempo nel raggiungimento dei target di bilancio. La riforma del lavoro sarebbe una di queste.

La ricetta, però, è tutta da scrivere. Lo stesso Marchionne, nel suo discorso, prende le distanze sia dalla flexicurity nordica sia dal modello tedesco, oggi tornato al centro del dibattito. “Dobbiamo costruire la nostra realtà senza copiare nessuno”, rileva l’ad Fiat. Certo il tempo è molto ridotto, come ha sottolineato oggi a Repubblica il governatore di Bankitalia Ignazio Visco. Ma anche perché l’attesa rischia di penalizzare, oltre che le imprese, gli stessi lavoratori. Il manager di un grande gruppo da oltre 600 milioni di euro all’anno di fatturato si confida sulla terrazza centrando probabilmente il punto della questione: “Gli imprenditori non assumono? Per forza: aspettano. Lei assumerebbe sapendo che c’è una nuova riforma che sta per cambiare completamente le regole del mercato del lavoro? Io l’ho fatto lo stesso, ma molti dei miei colleghi no, e li capisco. Renzi deve fare in fretta, perché il ritardo produce aspettative, e le aspettative finiscono per danneggiare le imprese e l’intera economia”.