Audizione al Senato del Vice Ministro Dassù, sul processo di riorganizzazione della rete diplomatico-consolare

Roma 16 Gennaio 2014

● Onorevoli deputati e senatori, il tempo trascorso fra le prime audizioni e decisioni che abbiamo annunciato ed oggi, e’ stato molto utile. Molto utile perche’ ci ha permesso sia di avviare con parte del mondo politico italiano un esercizio di outreach – abbiamo ascoltato di nuovo attentamente le posizioni di parecchi di voi. E molto utile perche’ mi ha permesso di confrontarmi direttamente con i colleghi inglesi, francesi, tedeschi sulla ristrutturazione delle rispettive reti diplomatiche e consolari.

● Il risultato di questo doppio esercizio degli ultimi due mesi e’ molto semplice da sintetizzare: anche grazie al vostro contributo, abbiamo rivisto una parte delle decisioni del 2011, in modo specifico abbiamo deciso che i dubbi sulla chiusura di consolati in Australia fossero fondati. D’altra parte, abbiamo confermato una linea di ristrutturazione della rete diplomatico/consolare, che vede in sostanza uno spostamento di risorse dall’Europa verso i mercati emergenti. Come sapete, mentre abbiamo ridotto i consolati in Svizzera, per fare un esempio, abbiamo aperto un nuovo consolato in Cina, uno in Vietnam, e un’ambasciata in Turkmenistan. La ristrutturazione va vista come un processo, che e’ in corso anche negli altri paesi europei, per motivi legati al nodo delle risorse, in contrazione dovunque, e ai cambiamenti degli equilibri mondiali. Francia, Germania e Uk, esattamente come l’Italia, ritengono che la ristrutturazione, obbligata, costituisca anche un’opportunita’ per adattare meglio la diplomazia alle sfide attuali. L’Italia sta facendo lo stesso tipo di evoluzione con un po’ di ritardo e con i problemi legati al fatto che abbiamo comunque una percentuale di risorse minori, sia finanziarie (0,24% del bilancio dello stato) che umane: meno della meta’ dell’organico del Foreign Office (neanche 7000 persone versus 14000), per farvi un esempio.

● Come vice-ministro degli Esteri, sono convinta che stiamo seguendo una linea corretta. Una linea che puo’ essere cosi’ sintetizzata, lo ripeto per render e piu’ chiara la strategia che la ispira: riduciamo la centralita’ dei servizi consolari in Europa, dove i nostri connazionali hanno comunque una serie di tutele e a cui offriremo comunque servizi adeguati attraverso misure compensative, per riuscire a posizionare l’Italia in modo coerente rispetto ai nuovi equilibri globali. Prendiamo il caso del nuovo Consolato in Cina, paese che sara’ vitale per il successo di EXPO, paese che investira’ a Milano 60 milioni dieuro (dobbiamo riuscire a garantire un milione di visti nel 2015).

● Come dicevo, non intendiamo affatto penalizzare i servizi consolari ai nostri connazionali. Ma dobbiamo avere concezioni nuove e strumenti nuovi: un consolato hub per paese, un forte tasso di digitalizzazione etc. Ho discusso a lungo di queste possibilita’ con il mio collega inglese, paese che – erede del Commonwealth – ha anch’esso una forte diaspora. E’ indicativo, mi pare, che nella nuova strategia consolare inglese (UK come sapete ha chiuso i Consolati di Firenze, Venezia, Napoli, solo per restare a casa nostra) rientra la creazione di tre centri globali di contatto (Malaga, Hong Kong e Ottawa) che, dal marzo 2014, riceveranno tutte le richieste consolari e le smisteranno. Dall’aprile 2014, inoltre, tutte le procedure relative ai passaporti verranno fatte in Gran Bretagna, nessun passaporto verra’ piu’ fatto all’estero. Questo per dire che centralizzazione e digitalizzazione possono raggiungere livelli molto superiori a quelli di cui stiamo discutendo in Italia.

● Dobbiamo continuare ad innovare. Per cio’ che riguarda le Ambasciate, dobbiamo sfruttare co-location (sar�� il caso di Santo Domingo e dell’Honduras) estabilire sinergie con il SEAE. Dobbiamo anche aumentare il numero dei contrattisti locali. E’ già molto aumentato rispetto al passato – adesso sono 2532 – ma continueremo in questa direzione.Infine, dobbiamo rendere più “leggibile” l’ISE.

● Quindi, come vedete sappiamo ascoltare. Anche voi dovreste avere la pazienza di ascoltare e la voglia di lavorare insieme invece che contro a quello che e’ riconosciuto ovunque, eccetto che in limitati settori della politica, come uno dei migliori servizi diplomatici al mondo. Lasciatemi la possibilita’ di tornare un momento ai fundamentals.

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Primo punto

1. Cerchiamo di non dimenticare, in queste nostre discussioni accanite su ISE e dintorni (tornerò poi su questo punto), che l’Italia ha estremo bisogno di una politica estera efficiente. Sarebbe bello vivere in un contesto diverso ma la verita’ e’ che l’Italia vive una condizione geopolitica estremamente delicata. E’ essenziale disporre di un buon servizio diplomatico: essenziale per la sicurezza nazionale. Quando l’ambasciatore Buccino rischia la vita a Tripoli sarebbe importante rendersene conto.

● Come viene illustrato nel documento Farnesina 2015, [che verrà pubblicato nei prossimi giorni eche vi faremo avere al più presto nella sua versione definitiva], la situazione con la quale il nostro Paese deve confrontarsi è al tempo stesso insicura, mutevole e molto competitiva. L’Italia ha, come noto, una posizione geopolitica di grande esposizione al centro di un Mediterraneo scosso da cambiamenti e focolai di instabilità. Dalle rivolte arabe che hanno destabilizzato Libia, Tunisia ed Egitto, alla guerra civile in Siria, nel nostro “nearabroad” – l’estero vicino – i cambiamenti sopraggiunti dopo la caduta del Muro di Berlino hanno prodotto 20 anni di grande instabilità, iniziata – come ricorderete – con il conflitto nei Balcani. Su entrambi i fronti – che sono quelli in cui l’Italia è e deve restare un full spectrumactor, un attore con tutte le capacità di azione necessarie – l’azione diplomatica italiana èorientata a garantire una progressiva stabilità, attraverso il consolidamento delle istituzioni democratiche. Nei Balcani è un risultato largamente già raggiunto, anche grazie all’ancoraggio all’Europa. Nel Mediterraneo resta un compito prioritario e molto difficile. Stiamo facendo il possibile per favorire il disarmo chimico in Siria, ma anche per contribuire a fronteggiare una crisi umanitaria di proporzioni enormi.

● La sfida, per l’Italia, è di riuscire a trasformare questa posizione geopolitica – molto esposta – da fattore di potenziale vulnerabilità a strumento di una politica estera al servizio del Paese e dei suoi cittadini, della sicurezza, della sua crescita economica, della difesa dei diritti umani e delle alleanze internazionali di cui faccia parte. Con realismo ma anche con idealismo.

Secondo punto

● Il nostro Paese dipende fortemente dall’estero. Da un lato per le sue forniture energetiche, dall’altro per il commercio e le sue esportazioni (l’aumento dell’export e’ stato decisivo per economia italiana) attrazione degli investimenti e’ indispensabile perché l’Italia torni a crescere. Non a caso, Emma Bonino insiste sulla Diplomazia della crescita come asse portante della diplomazia contemporanea. E la proiezione economica estera si collega alla capacità di attrarre investimenti dall’estero, come viene giustamente sottolineato nelle 50 misure di Destinazione Italia. Vi invito a guardare a cosa stanno facendo in questo senso le Ambasciata a Londra e in Kuwait, per esempio le riunioni periodiche con i fondi di investimento. E vi invito a chiedere, alla comunità, come sono i nostri diplomatici a Londra.

Terzo punto

● Parliamo dell’Italia, ossia di una Nazione di vecchia e nuova emigrazione e oggi anche d’immigrazione: fenomeni da vedere anche come risorse e non come oneri. Visto che parliamo di Londra perche’ non date una occhiata al programma “primo approdo”, volto appunto ad aiutare i giovani italiani che studiano e lavorano lì e a considerarli parte di un network moderno, che potra’ fare la forza, il soft power, del nostro paese nel mondo.

● Per tutti questi motivi, la politica estera resta, per l’Italia, uno strumento indispensabile a difesa degli interessi nazionali, degli interessi dei suoi cittadini.

● Tuttavia, la scarsita’ di risorse, come potrete leggere in Farnesina 2015, obbliga l’Italia a compiere delle scelte, anche difficili. L’unico modo per uscire dalla logica perversa dei tagli lineari e per fare le scelte migliori nell’interesse nazionale, è di selezionare le priorità di politica estera. Non possiamo, credibilmente, gestire una politica estera globale a tutto campo. Dobbiamo, in nome dell’efficacia e dell’adattamento ai nuovi equilibri globali, aggiornare e definire piu’ chiaramente le nostre priorità.Nel vicinato estero, come dicevo, l’Italia ha un ruolo determinante, sia politico che economico: nei Balcani e nel Mediterraneo, l’Italia ha quindi – in collaborazione con l’Europa – le sue priorità geopolitiche. Verso i nuovi mercati economici (in Asia e America Latina) prevale invece la diplomazia della crescita, nelle sue varie articolazioni, fra cui la politica culturale – strumento essenziale – e le risorse umane, determinate da una larga presenza di connazionali.Ne consegue che l’Italia è un attore regionale ma con una vocazione globale, dovuta alla sua forza culturale, alle sue esigenze economiche e alla diffusione di una larga comunità italiana nel mondo. Per conseguire i suoi obiettivi l’Italia agisce attraverso alleanza e nelle sedi multilaterali ma deve anche assumersi responsabilità dirette, e lo fa; deve esercitare una influenza precisa nell’Unione europea, anzitutto a favore della crescita e di una politica di sicurezza e difesa comune; deve riuscire a difendere valori democratici e diritti umani. Troverete tutti questi concetti in Farnesina 2015.E li troverete collegati alle scelte operative che ne conseguono: la revisione e l’adattamento della rete diplomatica/consolare.

● Abbiamo già parlato due volte di questo. I motivi che impongono la ristrutturazione sono chiari. Li riassumo rapidamente: dobbiamo ristrutturare la rete diplomatico-consolare perché lo impongono una serie di norme successive e perché si è creato uno squilibrio di fondo fra numero di sedi e personale; stiamo cercando di farlo garantendo comunque servizi ai connazionali e al tempo stesso riorientando la rete verso le nuove priorità geopolitiche; in questa chiave, riduciamo il peso della rete in Europa per potenziare la presenza italiana nei nuovi paesi e nei nuovi mercati (Vietnam, Turkmenistan e Cina).

● La Farnesina vive quotidianamente la sfida di affrontare con risorse decrescenti impegni internazionali crescenti. La complessità e l’interdipendenza delle odierne relazioni internazionali richiedono più diplomazia, certo non meno. La fine della diplomazia è stata annunciata varie volte negli ultimi decenni o nell’ultimo secolo. Quando il primo cablo raggiunse il cuore dell’impero britannico, Lord Palmerston commentò, appunto: “la diplomazia è finita”. Ma le cose sono andate diversamente: evolvendo e cambiando, la diplomazia – come strumento portante delle relazioni internazionali di un Paese – è rimasta essenziale. Il punto su cui riflettere, quindi, non è se la diplomazia sia ancora necessaria; ma quali sono gli ingredienti di una diplomazia adatta a una fase internazionale dominata dalla diversità culturale, dalla globalizzazione economica, dal terrorismo, dalle disuguaglianze, da sfide ambientali senza precedenti. I due assunti per rispondere a questa domanda-chiave sono i seguenti, io credo: primo, la diplomazia deve vedersi come il perno di un sistema di relazioni internazionali molto più vasto. Da questo punto di vista, il diplomatico è in effetti il coordinatore e l’organizzatore di uno sforzo complessivo, che coinvolge molte altre sfere della vita pubblica e in modo crescente il settore privato. Secondo: la qualità delle risorse umane – che è in effetti la caratteristica essenziale del Ministero degli Esteri – resta decisiva per analizzare informazioni e messaggi provenienti da molteplici interlocutori, ordinando la massa di dati disponibili, e per individuare strategie e azioni efficaci di politica estera. Se questi due assunti sono veri, come credo, il diplomatico di oggi deve sapere giocare in squadra, deve avere una visione aperta, deve essere un mediatore culturale, deve avere nuove competenze generali ma anche skills, per esempio linguistici, molto specifici; deve essere pronto a correre rischi (penso ai rischi corsi, nel 2013, dal nostro Console a Bengasi o dai nostri diplomatici a Kabul), deve riuscire a guidare, con competenze economiche e culturali, lo sforzo coordinato di proiezione internazionale del paese. Poi, naturalmente, ci saranno sempre funzionari migliori o peggiori. Ma la professione del diplomatico è questa, è una professione difficile, molto qualificata e che rimane essenziale perché l’Italia riesca ad affrontare le sfide del secolo attuale.

● Tutto ciò rende la funzione diplomatica altamente professionale e molto lontana da vecchi stereotipi duri a morire. E lasciatemi dire una cosa: la grande maggioranza dei diplomatici italiani è estremamente qualificata.È parte di uno spirito di autodenigrazione – che sembra a volte un ingrediente nefasto del carattere nazionale – non riconoscerlo. Lo Stato italiano, le imprese italiane, gli italiani, si servono dei diplomatici. Un recente rapporto di uno dei think tank piu’ influenti in Europa – lo EuropeanCouncil on Foreign Relations – misura la performance della politica estera dei vari paesi europei. Il giudizio sulla politica estera dell’Italia e’ molto buono. Grazie al Ministro Bonino, certo. Ma anche grazie a un corpo professionale e qualificato che traduce le idee del Ministro Bonino in azione diplomatica. Le commissioni esteri del Parlamento dovrebbero secondo me dovrebbero sfruttare e valorizzare ancora più di quanto già non fanno, la professionalita’ dei diplomatici italiani. Invece che suggerire, magari ai giornali, obsoleti stereotipi. I diplomatici devono superare un concorso duro e valutazioni periodiche per avanzamenti molto selezionati, devono avere un insieme di capacita’ diverse e rilevanti, fanno una vita non semplice e nell’insieme hanno una carriera economica paragonabile a quella dei loro colleghi e molto meno remunerativa di qualunque professione estera nel privato (fra l’altro, con le promozioni bianche, si sono gia’ assunti la loro parte di sacrifici).

● Abbiamo bisogno, nell’interesse dell’Italia e dei nostri connazionali, di un corpo di funzionari preparati e motivati. Abbiamo alcuni dei migliori diplomatici europei, cerchiamo di non seppellire tutto sotto un cumulo di proteste estemporanee. Vi faccio solo un esempio. Fernando Gentilini e’ stato il diplomatico italiano, assegnato al SEAE, che è riuscito a favorire accordo Kossovo/Serbia. Da risultati come questi dipende la nostra sicurezza ai confini, confini su cui, nel 1999, abbiamo combattuto una guerra dolorosa e costosa. La pace dei Balcani è la forma migliore di spendingreview. Potrei fare molti altri esempi, ma ne faccio uno per tutti.

● Lasciatemi concludere, partendo da qui – dalla professione diplomatica – con una osservazione che dovrebbe essere scontata ma in realtà non lo e’: quali sono le missioni essenziali che ci proponiamo come MAE? Sembra abbastanza assurdo, in realtà, doverlo esplicitare, ma visto il dibattito degli ultimi mesi, vorrei proprio tornare sui “fondamentali”, perché mi pare siano stati rimossi. Fra le missioni essenziali del MAE, c’è certamente il servizio ai nostri connazionali all’estero. Tutti i Ministeri degli esteri europei la considerano una delle loro missioni, anche se non la prima delle loro missioni. Nel caso italiano, questa missione ha una importanza maggiore, perché i numeri dell’Italia fuori dall’Italia sono più importanti. Bene. Tuttavia, si tratta di uno dei compiti che la Farnesina deve svolgere. Non èl’unica funzione del Ministero degli Affari Esteri. E non è possibile che ogni ragionamento in materia di riorientamento della rete venga letto attraverso questo prisma. Per questo ha poco senso la logica di chi chiede “meno diplomazia e più servizi”, creando una contrapposizione artificiale, che non esiste nella realtà. Meno diplomazia vuol dire anche meno servizi.

● Vi sono almeno altre tre funzioni – e sto semplificando per sintesi e per esigenze di tempo – di pari importanza. Primo: la sicurezza nazionale. La Farnesina e la sua rete estera sono uno strumento fondamentale per la sicurezza del Paese e lo sono ancora di più in quest’epoca altamente volatile e dinamica. Cito, a titolo d’esempio, la gestione dei flussi delle crisi umanitarie; la nostra partecipazione al disarmo chimico siriano; l’approvvigionamento energetico e delle materie prime, tema centrale per un Paese come il nostro che dipende in così larga misura dalle forniture estere.

● Secondo: la proiezione internazionale del Sistema Paese finalizzata alla crescita. È finita l’epoca in cui si poteva andare all’estero in ordine sparso. Sono necessarie una visione ed un’azione d’insieme che la Farnesina, grazie alla sua rete estera, è chiamata a garantire come “frameworkactor” si potrebbe dire. All’estero, sono i nostri Capi Missione che guidano il sistema Italia composto dagli Uffici commerciali delle Ambasciate, dagli Uffici ICE e dagli Istituti di Cultura.E la Farnesina gioca un ruolo chiave, secondo le linee di “Destinazione Italia”, nell’attrazione degli investimenti esteri.

● Terzo: la promozione e difesa dei nostri valori e interessi sul piano bilaterale e nei consessi multilaterali, a cominciare dall’UE, dove non possiamo essere assenti perché oggi avere una politica multilaterale attiva e competente è indispensabile anche per la tutela e la promozione degli interessi bilaterali e per l’affermazione di valori in cui crediamo, a cominciare dai diritti umani. Ma anche all’ONU. Abbiamo portato avanti importanti battaglie alle Nazioni Unite a favore di risoluzioni contro la violenza sulle donne e sui minori.

● La nostra sfida è trovare il giusto equilibrio nell’impiego delle risorse da dedicare a ciascuno di questi quattro pilastri. Ed è una sfida che vogliamo affrontare insieme alle Commissioni Esteri del Parlamento per definire quella visione strategica che ci permetta la migliore allocazione possibile delle risorse che abbiamo tentato in Farnesina 2015.

Onorevoli Senatori e Deputati,

● Credo davvero che sia venuto il momento di tornare a discutere le priorità di politica estera: nel 2014 avremo la Presidenza Ue e nel 2015 l’EXPO. Prepariamoci insieme, il meglio possibile, a questi due fondamentali appuntamenti per la credibilità internazionale dell’Italia, per la sua capacità di trasformare le dinamiche europee in senso favorevole alla crescita e per la proiezione del sistema-paese.

● Ritroverete queste e altre considerazioni nel documento “Farnesina 2015” che ho già citato, e di cui sono pronta a discutere in dettaglio anche in altre occasioni.