LA CRISI DI #DETROIT NON FERMA LE AUTO

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Nel nostro Paese i politici si nascondono dietro la crisi economica per non affrontare il problema di quella che affligge il settore dell’automobile. Ma, forse, le due situazioni si potrebbero gestire separatamente. A cominciare dall’evitare di prendere misure che si rivelino poi un boomerang. Come è successo il superbollo, voluto dal Governo Monti, che il presidente della Commissione Finanze della Camera, Daniele Capezzone, aveva promesso di abolire con un emendamento alla Legge di Stabilità, emendamento che poi, quando è arrivato in aula, è stato prontamente respinto. Perché l’auto di lusso è un bene per i ricchi che devono pagare e quindi fa niente se poi la tassa salatissima abbatte il mercato e a rimetterci sono le persone “normali”, i lavoratori della filiera dei Marchi di lusso. Ma non è solo questo che fa riflettere. Prendiamo l’esempio di Detroit. La città è stata dichiarata fallita dal commissario straordinario Kevyn Orr, che, in base al Chapter 9, il capitolo 9 della legge fallimentare americana, ne ha decretato la bancarotta in accordo con il governatore del Michigan Rick Snyder. Perché non si trovava un modo di uscire dalla situazione di indebitamento. Il debito – pubblico come quello italiano – non è stato però d’ostacolo per trovare una soluzione efficace, in accordo tra istituzione e privati, industrie quindi, che potesse servire a far ripartire l’economia dell’auto e a mantenere i livelli occupazionali. Posti di lavoro che hanno fatto guadagnare stipendi, serviti per comprare le auto prodotte dagli stessi lavoratori. Un gatto che si morde la coda o in termini finanziari persone e aziende che fanno girare l’economia. Fino a superare, come detto, il tetto delle previsioni che si attendevano una crescita anno su anno nel mese di novembre del 12%. I numeri, riportati dalFinancial Times, parlano di una crescita media del 16% per le tre big.

Tornando in Italia, non è un comune in difficoltà, ma uno stato. La massima attenzione è sempre concentrata sui contributi pubblici presi dalla Fiat, ma il fatto che la fabbrica di automobili italiana, sulla spinta dell’amministratore delegato Sergio Marchionne, abbia avviato un piano concreto per ristrutturare, ammodernare e riconvertire gli impianti industriali presenti sul territorio nazionale è passato in secondo piano. Perché, in Italia, più che in polemiche non si finisce. Invece, le soluzioni pratiche non arrivano mai.

Ora si sta parlando di introdurre nuovi incentivi, considerando che i politici, probabilmente, si sono accorti di come in Spagna abbiano fatto crescere il mercato dell’auto con una percentuale a tre cifre. Su questo fronte è attesa la discussione al tavolo tecnico che dovrebbe affrontare la crisi dell’industria automobilistica voluto dal Ministro dello Sviluppo Economico Flavio Zanonato. C’è da sperare che arrivi una proposta contributiva intelligente e non inutile come l’ultima che nessuno era riuscito a sfruttare. E c’è anche da sperare che non si finisca nell’ennesima polemica sul fatto che gli incentivi drogano il mercato. Perché in attesa che si riprenda con le proprie forze è meglio avere un mercato che funziona con qualche aiuto, piuttosto che uno morto del tutto. Con tutto ciò che ne è già conseguito e ne conseguirebbe in un aggravarsi della situazione, dal punto di vista dei posti di lavoro.

E basta con i controlli fiscali e la vessazione degli automobilisti che guidano auto di lusso. Non è così che si risolleva l’economia di un Paese. L’auto non è un bancomat dello Stato.